I fortunati
Io sono uno dei fortunati: il mio treno, che doveva partire alle 11.30 di oggi, alla fine è partito. Alla fine. Abbiamo superato fidenza da 30 minuti e ce ne portiamo dietro 147 di ritardo. Nulla confrontati con le 9 ore di cui un ragazzo “favoleggiava” stamattina circa un fantomatico treno svogliato di arrivare a destinazione.
Bello comunque il convoglio: sedili marroni che tradiscono il loro blu originale, pavimenti madidi e scompartimenti “aulenti”. Prima di partire il personale latitava e siamo stati ad acclimatarci negli scompartimenti gelidi, soli e ignari del nostro destino (inteso come destinazione). Alcuni vagoni, precedentemente adibiti al trasporto persone ora credo siano stati adibiti allo stipamento del bestiame anche se dentro ci sono delle persone, o ciò che ne resta visto che i riscaldamenti sono raffreddamenti e qualcuno forse preferirebbe mettersi a giocare con la neve che brilla nei finestrini, a perdita d’occhio (nel senso che con questo freddo, una congiuntiva sana non lo resta per molto). Ma nel mio scompratimento fa caldo, c’è luce e riscaldamento.Io sono uno dei fortunati.
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A proposito di flutti crudeli…
Ad un ignaro Bondi acquatico
Bagnata maglietta
Roseo suide
Concorso vittorioso
Umida mollezza
vomico adagio
lacrime agli occhi
Mare crudele
madre fedele
stracco mollusco
riprendi tra i flutti
Con l’estate che sta entrando (non dico dove) e con i capelli che stanno uscendo, non so se mi servirà ancora.
Sicilia
Doveva essere una giornata come le altre, ero uscito da solo e a quell’ora il caldo era terribile. Sembrava che le onde del mare lì vicino vibrassero nell’aria al punto da rendere la scena completamente plastica. Ondeggiava tutto intorno ed io con tutto il resto; il rumore di ogni cosa non si districava fra il grattugìo strascicato e il cicaleggio di ogni fronda. E arrivava mai del tutto. Arrivavano nemmeno i colori accaldati e sbiaditi che contornavano movimenti intuibili, incerti.
In tutto quel deliquio però, giungeva solo una voce, quella della gelataia al piano terra. Il marito la rimbrottava di continuo e mi ricordo che l’ultima volta, quella fatale, le disse con marcato accento trinacre:
“Io con te non ce la faccio più, se continui ad essere così Algida con me… sei Motta!!!”
Scelte
Arrivava tutto da lontano, i suoni accasciati su bambagia muta, e i colori così sbavati e gonfi sembravano esplosi dagli oggetti che avrebbero dovuto contenerli.
All’inizio m’ero adagiato sul letto con l’eleganza di una parete crollata e non sembrava esserci soluzione fra il letto e quel pezzo di carne acquatica che lo pigiava, un semplice copriletto spasmodico e immobile. A quell’ora sarei dovuto essere altrove, fuori, ma non c’era alcun fuori, o altrove, nei miei progetti imminenti e il problema più complicato da decifrare sarebbe stato che c’era affatto alcun progetto nei miei fuori, nei miei altrove.
“Mota immota” avevo letto da qualche parte, o l’avevo pensato: a ben guardare non faceva più differenza, la realtà prendeva i contorni indefiniti delle mie supposizioni e ci si era appollaiata così bene, stava così comoda che non se ne sarebbe separata facilmente, almeno in quel momento, per tutta la durata di quella giornata.
Il mio orologio biologico, quello che immaginavo io, era perfettamente sincronizzato con la natura alterata che mi stava pian piano circondando: il giorno finiva con il brunirsi là fuori, ed io non volevo essere da meno, stavo finendo con lui.
Oramai niente aveva più valore per me, sentivo che dovevo provare a toccare il fondo: avevo deciso di farmi l’eroina… ma Wonderwoman non era d’accordo!!!